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Lettera di don Giuseppe Ai Parrocchiani

25/03/2020
Autore: Segreteria

25 marzo, Festa dell’Annunciazione
Carissimi, 
                il silenzio della Basilica in questi giorni molto mi amareggia, addirittura mi inquieta. Il dispiacere e l’allarme si accrescono quando, a porte chiuse, celebro la Messa. Già, perché anche nella chiesa vuota, in assenza di ogni assemblea, io celebro la Messa, ogni giorno. 
La scelta non è stata per me così scontata, lo confesso. Non è stata così ovvia come vedo invece essere stata per molti miei confratelli. L’educazione tradizionale del prete inclinava a considerare la celebrazione quotidiana della Messa come un dovere di stato. Mi ricordo che ancora negli anni miei di seminario tutti i “superiori” – rettori, vicerettori, padri spirituali e insegnanti (una quarantina di sacerdoti almeno) – ogni mattina celebravano la Messa singolarmente, nei molti altari della basilica di Venegono e delle altre cappelle, in quarta teologia ero cerimoniere e dovevo organizzare il servizio dei seminaristi ai singoli celebranti. La Messa era allora prima di tutto e soprattutto una devozione del sacerdote. Soltanto dopo il Concilio è stata introdotta la concelebrazione; soprattutto si è affermata la consapevolezza che la celebrazione è dell’assemblea (ecclesia vuol dire assemblea) e il sacerdote solo presiede. 
Dunque, ma scelta di celebrare ogni giorno da solo (o al massimo con dure o tre persone) non è stata per me scontata. Anzi, i primissimi giorni, quando ancora non si poteva prevedere la durata della quarantena, non ho proprio celebrato. Poi mi sono arreso. 
Ma il “silenzio assordante” (come si usa dire) dell’assemblea è un segnale assai eloquente, che mi rimanda a tutti voi. Mi pare conveniente che il silenzio rimanga silenzio, e non sia sostituito dal chiacchiericcio di uno streaming. Esso non potrebbe in alcun modo sostituire la celebrazione. Senza la celebrazione mi pare che il silenzio sia obbligatorio. 
La parola che annuncia il vangelo è possibile soltanto in assemblea, o nel dialogo a tu per tu – così mi pare. Mancando queste possibilità è meglio il silenzio. 
O magari meglio il testo scritto, consegnato alla meditazione dei singoli. Qualcuno di voi avrà visto come su questo stesso sito, alla sezione “Lectio”, siano state messe diverse meditazioni da me scritte: quelle previste per i lunedì di Quaresima sul tema Fede e conversione, e alcune altre che hanno come tema l’esperienza presente. Continuo poi regolarmente a mettere il testo scritto dell’omelia domenicale. 
Ma la regola è quella del silenzio. Della comunione certo, ma in silenzio. In un silenzio che nutra e faccia crescere l’attesa della celebrazione. 
La festa di oggi, in particolare, suggerisce in maniera molto efficace l’altissimo significato spirituale del silenzio.  
Quando il vangelo cominciò ad essere predicato in maniera pubblica e addirittura clamorosa – mi riferisco a Gerusalemme e al giorno di Pentecoste, tipicamente – non apparve subito chiaro a tutti quale lungo silenzio fosse stato necessario per giungere a quell’annuncio. Non fu subito noto a tutti il silenzio grave dei tre giorni tra il venerdì santo e il primo giorno dopo il sabato; né fu noto a tutti il silenzio denso di speranza dei quaranta giorni di clausura prima dell’Ascensione, illuminati dall’apparizione silenziosa del Risorto. Eppure proprio quei giorni di si-lenzio disposero le condizioni perché il vangelo potesse poi essere gridato dai tetti. 
Soprattutto, non fu subito noto ai molti il primo silenzio che stava alla radice dell’Incarnazione del Verbo. Non fu noto per molto tempo il silenzio della Vergine, che aveva concepito per opera dello Spirito Santo. 
Venticinque anni (pressappoco) dopo la Pasqua di Risurrezione Paolo scriveva la lettera ai Galati e ricordava il mistero dell’incarnazione in questi termini molto laconici: Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sot-to la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli (4, 4-5): è menzionata la donna; la nascita del Figlio di Dio da una donna è accostata alla sua soggezione alla legge, all’angustia del tempo dunque. Nulla però è detto di quella donna che gli fu madre. 
L’attenzione alla donna madre e al suo silenzio emerge nel vangelo di Luca, che entra nel segreto della casa d Nazareth e dà parola al silenzio. Dopo poche e laconiche domande, Maria professò la sua obbedienza e se ne stette in silenzio. Nel silenzio attese, e ne silenzio anche partorì, fono a che alla fine gli angeli gridarono dal cielo il loro annuncio. 
Viviamo queste settimane e questi mesi – ormai è facile prevedere che di mesi si tratterà – in comunione con la Vergine Madre. Anche dopo aver partorito il Figlio e averlo offerto all’adorazione dei pastori, ella serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. C’era nelle parole degli angeli e in quelle dei pastori qualche cosa che rimaneva segreto, che aveva ancora bisogno di silenzio per essere conosciuto. 
Quando celebro la Messa da solo, e pronuncio ad alta voce parole che non ode nessuno, mi vedo costretto ad un momento prolungato di silenzio e di attenzione, per udire la risposta che non viene attraverso voci sensibili. Può venire soltanto dalle voci che da capo risuoneranno in Basilica pronunciate da voi alla fine di questo lungo silenzio. E pronunciate allora con ritrovata gratitudine e certezza. 
Vivo con voi questo silenzio come attesa della ritrovata comunione, anche sensibile, ma accresciuta dal tempo dell’attesa. 
Il Signore sia con voi
                                                                                                              Don Giuseppe Angelini
 


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